Satsang

Il Laya Yoga nella dottrina di Gorakhnath

Laya Yoga, percorso di Meditazione e filosofia dello Yoga.
Con Yogini Udai Nath, ogni mercoled’ alle 21.00, a partire dal 14 Ottobre 2026, a Isola del Gran Sasso e su Zoom.
Le pratiche proposte appartengono alla tradizione Nath e sono all’origine delle tecniche dello yoga, come Hata e gli altri, che da queste meditazioni sono state ispirate, come sostegno alla realizzazione spirituale. Lo Yoga, insieme alla filosofia del Vedanta e a una devozione sincera, costituiscono la formula per il percorso spirituale tradizionale (Sadhana), sotto la guida di un Maestro qualificato.

Nel corso della pratica di Meditazione, gradualmente esploreremo alcune tappe fondamentali della Meditazione nel Laya Yoga.
– Haṃsa. Il respiro e la consapevolezza di sé.
– Pañca Mahābhūta Śuddhi. La purificazione degli elementi sottili.
– Nava-Cakra Dhyāna Kuṇḍalinī. L’ascesa della Coscienza.
– Amṛtabindu. La rigenerazione.
– La presenza di Śiva. L’essere universale

Nell’articolo seguente ho descritto alcuni aspetti dell’origine e del pensiero filosofico che stanno a fondamento di questa tradizione.
Altri approfondimenti saranno tenuti dal vivo, nel corso delle lezioni, e durante successivi eventi seminariali.


Nella tradizione dello Yoga, il termine Laya indica il dissolvimento, l’assorbimento, o il riassorbimento, di un principio nel suo fondamento.

È il movimento “a ritroso” attraverso il quale ciò che appare separato viene ricondotto alla propria origine, ciò che è materiale viene riconosciuto nella sua natura sottile e la molteplicità dell’esperienza viene infine ricondotta all’unità della coscienza.

“Laya” è perciò la formula propria della dottrina dello yoga di Gorakhnath, per intendere il percorso che conduce alla Liberazione. Ricondurre l’io, realizzato nel Sè transpersonale, a riconoscersi nel Brahman Supremo, che nel Laya yoga corrisponde alla condizione di Shiva, o dell’unione di Shiva e Shakti.

«Quando avviene l’unità fra il conoscitore (…) e il Paramātman, o Dea, una volta realizzata tale unità, la mente giunge alla dissoluzione (Laya).»
«Quando sorge il laya-yoga, il prāṇa diviene stabile; attraverso il laya si consegue la felicità, la beatitudine del proprio Sé, il supremo stato.» (Gorakhnath, Yogabija)

Nel Sanatana Dharma la liberazione può essere ricercata con mezzi diversi, con l’esperienza diretta, che si realizza attraverso lo Yoga, con la Conoscenza filosofica, che consiste nell’interiorizzazione profonda delle scritture sacre, e anche con la via devozionale, quando il devoto eleva il suo amore fino a condividere lo stato o la dimensione della divinità amata. Ciascuna di queste posizioni e interconnessa alle altre, e tutte in qualche modo sono conosciute e sperimentate dal ricercatore.

“Come può lo yogi raggiungere la liberazione se non conosce la casa dalle nove porte, che è sostenuta da una colonna?” Chiede Gorakhnath nel Sataka. La via pratica dello Yoga basa la propria ascesa su una profonda conoscenza del corpo, nella sua dimensione effettiva e sottile. Questa conoscenza non è la conoscenza fisica anatomica, ma una conoscenza metafisica e realizzata, per cui il corpo stesso, con la sua sensibilità, si scopre nella natura divina e trascendente. Il corpo, e quindi la persona dello yogi, deve diventare infine identico alla persona di Shiva. Questo è il nucleo portante della conoscenza dello Yoga di Gorakhnath.

Non si tratta del corpo anatomico, né del corpo inteso come involucro provvisorio dell’anima. Il “piṇḍa” (corpo) descritto nelle meditazioni di Gorakhnath è il corpo nella sua dimensione cosmica, energetica e coscienziale: il luogo nel quale le potenze che costituiscono la manifestazione sono attive e possono essere ricondotte alla loro origine.
Il corpo è espressione diretta della coscienza cosmica, nella sua funzione attiva, creatrice. Il corpo è attraversato da innumerevoli canali sensoriali (Naadi) che trasmettono e ricevono informazioni costanti; il corpo è percezione, sensibilità, esperienza, che in ogni direzione emette e riceve la percezione di sé e del mondo. Il corpo quindi è pura coscienza.
La sua attività cosciente è la presenza in Sè della potenza della Shakti Kundalini, la natura “femmnile” di Dio, attiva e creatrice; mentre Shiva è immobile, originario, il punto da cui la potenza di dispiegò all’origine, il punto di emissione primario.

La creazione cosmica accadde per emissione sonora. Dall’Uno primordiale, l’energia innata emana una sottile vibrazione, che produce un’onda sonora, e dall’espansione dell’onda si apre la dimensione dell’Etere o Spazio (Akasha), che si dilata con l’onda sonora che continua a espandersi attraverso cinque stadi. Dal movimento che si espande nello spazio, si manifesta il tempo, e in esso la qualità del movimento, identificato con l’elemento aria; quindi, dall’energia dinamica del movimento, il calore e la luce, identificati con l’elemento fuoco; dal calore prodotto dalla luce/fuoco, si manifestano le acque; e dall’addensamento delle acque, la terra, dove è custodita quella Potenza emessa in origine, nella forma della Shakti Kundalini, dotata di completezza, riflessività, potenza, ascensione, interiorizzazione, le qualità della coscienza.

A queste cinque manifestazioni della realtà corrispondono le dimensioni di cinque forme della Sahkti, tra cui la quinta, Kundalini che si trova nel corpo fisico. I cinque sensi corporei sono associati agli elementi (etere, aria, fuoco, acqua, terra) da cui emergono come altrettanti ricettori della frequenza associata, che è l’elemento origine. Questo quadro definisce un corpo cosmico, detto il corpo stesso di Shiva, identico a questo universo, dotato di tutta la coscienza espressa a tutti i gradi della manifestazione.

Dal para-pinda, dal corpo cosmico, si manifestano, o si manifesta la realizzazione degli elementi fisici costitutivi della realtà materiale.
Siva come Adya-Pinda, il Purusha Cosmico, si evolve dall’interno sé stesso, attraverso l’emanazione della Sua Shakti.

Uno Yogi che ha compreso il mistero della Presenza di Shiva, vede la Maha Sakti di Siva in tutti i variegati fenomeni di questo universo fisico. Quindi osserva e riconosce questo mondo come il corpo Divino, che può essere percepito con i sensi fisici. Lo Yogi sente, vive e si muove e pone il suo essere nel Corpo Divino, che non è mai alienato da Lui, nello stato di veglia o di sogno o di sonno non è mani disconnesso da Lui. Tutti i fenomeni del mondo, tutti gli ordini di esistenze, tutte le circostanze piacevoli e spiacevoli sono sacre per lui, perché appartengono al Corpo divino, perché sono espressioni di Siva-Sakti.

La concezione metafisica non duale dei Siddha yogi, parte dalla percezione dell’universo fisico come il Corpo Cosmico di Siva. Attraverso la meditazione dei Cinque Elementi (Pancha Mahabhuta) come espressioni di emanazione progressiva della Shakti dall’Unità primordiale indissolubile, la manifestazione si libera dalla dualità, per essere riassorbita nella meditazione dell’Unità dell’esistente, come espressione di pura Coscienza, che si manifesta nei Cinque Sensi del Purusha cosmico.

Questa meditazione è perciò raccomandata da Adi Nath (Shiva Swarup) come fondamentale e preliminare a tutto il percorso dello Yoga, poiché purifica i sensi, e l’espereinza che ricade come loro oggetto, da qualsiasi separazione, dualità, desiderio o conflitto. Con questa meditazione, la percezione sensoriale è purificata, perché ogni oggetto materiale è ricondotto alla sua dimensione metafisica, non duale, nel puro soggetto.

L’universo così conosciuto, come il corpo cosmico di Shiva, è designato da Gorakhnath come Pinda (Corpo Cosmico o Maha-Sakara-Pinda). E’ Shiva stesso, che come Adya-Pinda, il Purusha Cosmico, si evolve dall’interno Se stesso, attraverso l’emanazione della Sua Shakti. L’universo è perciò manifestazione della Maha-Sakti di Shiva.
Tutta la vita esistente e sensibile è manifestata dalla presenza pulsante dell’onda primordiale, che accade nel punto esatto in cui noi siamo, dando vita a tutti i fenomeni della coscienza che sperimentiamo ogni giorno.
La conoscenza della sua funzione e delle sue espressioni e dinamiche è appunto la Conoscenza del corpo di cui parla Gorakhnath. La conoscenza del corpo è quindi conoscenza del divino, nella sua presenza immanente e cosciente. La meditazione di Kundalini è l’osservazione diretta della fenomenologia della coscienza mentre esprime tutte le esperienze, interne ed esterne che “noi” sperimentiamo.

Il respiro è il punto di partenza per trasportare lo Yogi nel suo viaggio ipercosmico nel mistero di questo universo. La vibrazione che abbiamo descritto come seme della creazione, è quella che riecheggia nella dinamica ascendente-discendente del nostro respiro. Meditando il respiro nella sua più intima natura, si trova l’origine del Sé.

Ogni essere umano respira circa ventunmila seicento volte al giorno. Ogni volta che il respiro entra ed esce, il soffio del respiro articola due sillabe: Ha – Sa, che compongono il suono Hamsa. Ham-Sa, Ham-Sa, il respiro ripete incessantemente questa parola, che significa “io sono”. “Io sono” è il Mantra che scorre con il respiro attraverso tutto il nostro corpo, informando ogni particella che viene nutrita dal respiro, che viene accesa e identificata con il suono dell’Ham-Sa. Si dice quindi che il nome di ogni essere sia “io sono”, che perciò nel cuore di ogni essere c’è coscienza di essere, poiché il respiro ripete instancabilmente il nome universale: HamSa.

Questo suono è detto Ajapa Mantra, il mantra che non è pronunciato, che si esprime spontaneamente nel cuore degli esseri.
Secondo Gorakhnath non vi è Mantra superiore a questo:

«Con il suono ‘HA’ il jiva (sotto forma di Prana) entra, con il suono di ‘SA’ (nella forma di Apana) esce. Ogni essere vivente ripete continuamente il mantra “Hamsa, Hamsa” (io-sono, io-sono).
Il Jiva recita continuamente questo mantra, ventunmila seicento volte in un giorno e una notte. Il Gayatri chiamato ajapa è lo strumento della liberazione dello Yogi, per il solo desiderio di recitare questo (Gayatri) egli è liberato da ogni demerito.
Una conoscenza al pari di questa, una ripetizione al pari di questa, una intuizione al pari di questa non è mai stata né sarà. La Gayatri è scaturita dalla Kundalini e sostiene il Prana. La conoscenza del Prana è la grande conoscenza. Chi sa che questo è un adepto.» (Goraksha Sataka)

Il respiro si compone di due fasi, ascendente e discendente, dette Prana e Apana, simbolicamente associate al Sole e alla Luna, che hanno sede rispettivamente a destra e a sinistra dell’asse centrale del corpo. Lo yogi ricerca il soffio vitale nella posizione centrale, “la via di mezzo” o Susumna, il canale invisibile che sostiene con la sua energia tutto il sistema psico-fisico e le dinamiche della coscienza.
Quando il respiro è concentrato per mezzo dello Yoga sulla linea centrale, si “dominano le vie di destra e di sinistra”, che trasportano al coscienza verso gli oggetti esterni e i variegato stati della coscienza ordinaria. Seguendo questo filo sottile verticale che brilla al centro di esse, lo Yogi supera tutti gli stati ordinari e trova la via per la Liberazione.

Nel canale centrale, la coscienza risplende come puro Essere:
«Ella è splendida come una ghirlanda di lampi e sottile come una fibra di loto; risplende nelle menti dei saggi. È estremamente sottile, risvegliatrice della conoscenza pura, incarnazione di ogni Beatitudine, la cui vera natura è pura Coscienza.»
Portando la coscienza a meditare sul respiro, situato nella linea mediana, si trova la via dello Yoga, che conduce al risveglio di Kundalini:
«Dalla Kuṇḍalinī è sorta la Gāyatrī, colei che sostiene il prāṇa.
La conoscenza del prāṇa è la grande conoscenza; colui che conosce questa [Gāyatrī/Kuṇḍalinī] è conoscitore dello Yoga.»
«Risvegliata mediante lo yoga del fuoco, unendo la mente e il soffio vitale, ella ascende attraverso la Suṣumṇā, come un filo è trascinato dall’ago.»
«Di forma serpentina e guizzante, splendida come il filamento del loto, risvegliata mediante lo yoga del fuoco, ascende attraverso la Suṣumṇā.»
«Come una porta viene aperta con una chiave, così il yogin, mediante la Kuṇḍalinī, apre la porta della liberazione.»

Forse l’insegnamento più conosciuto tra le dottrine di Gorakhnath è la rappresentazione della Kundalini e dei Chakra.

Frutto dell’osservazione diretta e sperimentale dei primi Yogi, il sistema di Gorakhnath, riporta nove Chakra e 16 Ardha, la cui descrizione è estremamente semplice e effettiva. Grazie alla fortuna che questa dottrina ha conosciuto nei secoli, sono descritte numerose versioni successive, e rappresentazioni che differiscono in qualche modo dalla dottrina di Gorakhnath, che è rimasta destinata agli iniziati o i seguaci dell’ordine dei Nath.

In questa dottrina, come abbiamo visto, il Naad, il suono dell’essere, emana, modula da sé ogni cosa creata. Il Naad è la Shakti primordiale, la Madre cosmica, il potere creativo divino. Il Naad è l’energia sprigionata dall’Assoluto, il primo (ed eterno) manifestarsi della potenza divina.
Il Naad risuona nella mente dello yogi che ha risvegliato Kundalini, canta il suo moto spontaneo primordiale, e il suono si libera inostruito o incausato.
Perciò gli yogi rappresentarono il segno del risveglio di Sé, Kundalini, come una potenza sonora che giunge all’orecchio dello yogi cantando i suoni della natura, della foresta, della devozione, dell’intuizione, per ascendere infine al suono puro, che annuncia l’ingresso nel Silenzio, pieno di inesauribile energia.

Il canale ascendente del Risveglio della potenza unificata, la Susumna, non è altri che la Dea della Parola, la Coscienza: è con la coscienza e con l’intelletto che dobbiamo guidare la nostra energia vitale ad ascendere alla Liberazione. La liberazione perseguita dallo yogi non è ricercata con l’abbandono del corpo, ma portando il sé vivente a realizzare la sua unità con il divino.

Dice infatti Gorakhnath: Jivan (il sé vivente), Atman (il Sè transpersonale) e il Brahman (l’Assoluto universale) sono uno. Questo è ciò che va realizzato.

La disciplina dello yoga insegna che esistono dimensioni sovrapposte nello stesso piano di sussistenza degli enti, che sono il livello grossolano (stula), il livello sottile (suksma) e al di sopra di entrambi, il livello supremo (para), o non duale, che le comprende tutte, e in cui le differenze relative ai livelli inferiori sono annullate.
Nel corpo sottile va ricercata la Śakti Kuṇḍalinī, avvolta attorno al kanda e appoggiata all’ingresso della via che conduce al Brahman. Essa è la potenza che sostiene il prāṇa e che, nel suo stato dormiente, ostruisce la porta di Brahman.
Il praticante compie il supremo dei pellegrinaggi, è detto, visitando dunque i centri interiori non come semplici luoghi del corpo, ma come tappe della risalita della Śakti. Attraverso lo yoga e l’unione del respiro, della mente e del fuoco interiore, la Kuṇḍalinī viene risvegliata; allora, simile a un ago che trascina con sé il filo, essa ascende attraverso la Suṣumṇā.

La parola per Meditazione è Dhyāna, un concetto che troviamo altresì negli Yoga Sutra di Patanjali. Significa una contemplazione profonda, ininterrotta, uno stato che dispone all’unità tra il soggetto meditante e l’oggetto meditato.

tatra pratyayaikatānatā dhyānam
(yoga-sūtra III.2)

Letteralmente:
«Là, la continuità di un unico contenuto mentale è dhyāna.»

Il termine fondamentale è ekatānatā, la continuità, l’uniformità, il fluire senza interruzione di un unico pratyaya, cioè di un unico contenuto o rappresentazione mentale.

Dhyāna, la contemplazione, è un’idea che arriva allo Yoga attraverso le Upanishad. In particolare a darne una lunga e articolata descrizione mistica è la Chandogya Upanishad che osserva il canto della sillaba Om come chiave della meditazione e della coscienza illuminata dalla conoscenza sacra.
«Su colui che risplende di deve meditare come l’udgita (OM). Allorché sorge, questo intona l’udgita (OM) per tutte le creature. Quando si leva disperde l’oscurità e la paura. Tale diviene chi conosce così…»
Sul Sole si deve meditare come il suono della sillaba Om, poiché è il Sole che per primo, al suo sorgere, intona l’Om per tutte le creature. Questa bellissima immagine del Sole che canta illuminando il creato, si fa analogia con il sentimento di chi a sua volta canta la sillaba Om: questi diviene come il sole, ardente, luminoso, universale.
«Certamente questo è identico a quello. Questo è fonte di calore, quello è fonte di calore.»
Si diventa simili al Sole quando la meditazione, raggiunta la potenza necessaria, con l’esercizio quotidiano e con la perfetta concentrazione, diventa la percezione diretta, continua, esperienza ardente (tapati) dell’essere.

In questo senso, la meditazione “arde”. Alcune scritture della tradizione Nath usano il simbolo del Fuoco per significare la meditazione: lo yoga del fuoco, accendere il fuoco della meditazione, incendiare i Chakra, ecc.
«Di forma serpentina e guizzante, splendida come il filamento del loto, risvegliata mediante lo yoga del fuoco, ascende attraverso la Suṣumṇā.»

Il più radicale dei testi sullo Yoga della tradizione Nath, è il Kecharividya di Adinatha. Qui troviamo la Kundalini meditata come fuoco divoratore del principio vitale che abita i Chakra.«Avendo ritirato il jīva del proprio sé, che si è esteso fino alle piante dei piedi, lo conduca gradualmente al luogo del Mūlādhāra.
Là, con la mente, dovrebbe contemplare la Śakti Kuṇḍalinī, simile al fuoco della distruzione cosmica, mentre divora il jīva, il prāṇa e gli organi dei sensi.

Là deve contemplare [lei] mentre divora interamente il jīva che vi si trova. »
Questo procedimento viene descritto per tutti i Chakra lungo i quali Kundalini ascende, guidata dalla volontà dello Yogi. Con questo fuoco lo Yogi viene liberato dalle afflizioni e dagli attaccamenti che albergano nei chakra, fino a giungere all’oceano di latte (amrit) che apre le dimensioni della liberazione.
«Sollevando da là la grande Śakti, che ha divorato il jīva e possiede lo splendore di dieci milioni di soli, e conducendola fra le sopracciglia, [lo yogin] consuma nuovamente il jīva. La lingua, insieme con la mente, spezza il chiavistello di Brahmā e subito riposa nel grande oceano del supremo amṛta.»

L’immagine che viene suggerita, su cui meditare, contiene la natura della meditazione. Come si deve meditare? Come un fuoco che arde ciò che tocca, che divora, assorbe, facendo di ogni oggetto combusto sé stesso: fuoco, ardore, luce.
Dunque non è soltanto fuoco = purificazione, ma fuoco divoratore = riassorbimento del jīva. La progressione attraverso i cakra costituisce una vera digestione/assorbimento del principio vitale, culminante nell’unione della Śakti con Śiva e nel passaggio nell’oceano dell’amṛta.

Così nelle Upanishad la meditazione sul fuoco sacro, quello rituale come quello interiore, ha come risultato l’illuminazione interiore che culmina proprio nella consapevolezza del “Tu sei Quello”.

Concludiamo con un verso del Gorakh Bani, dove Kundalini viene chiamata brahmāgni / brahma-agni, il fuoco di Brahma, l’ardore in cui lo Yogi deve gettare il suo corpo, così da trovare la condizione di Shiva:

«Recita l’ajapā-japa, stabilisci il vuoto;
domina i cinque sensi.
Nella Fiamma di Brahman offri in oblazione il corpo;
per mezzo di ciò trova il Mahādeva.»

Da quanto detto sopra, si comprende che l’azione della meditazione non è data dal sovrapporre un’immagine confortevole sulla fisiologia corporea, ma si tratta di “azioni” consapevoli che lo Yogi compie per trasformare la percezione del corpo e del sé, in una espressione coscienziale piena, libera da qualsiasi attributo esterno, incondizionata, cosmica, numinosa. Nell’immagine vivente di Dio.

Per questa complessa operazione, benefica e benedetta, Gorakhnath offre la meditazione su Nove Chakra, diversamente dall’uso comune, che comprendono alcuni passaggi di contemplazione pura. Queste sono le dimensioni fenomenologiche della coscienza che segnano i passaggi della meditazione di Kundalini, secondo la tradizione descritta nel Siddha Siddhanta Paddhati.

Siddhasiddhāntapaddhati — Dvitīyopadeśa, 1–9

2.1 — Brahmacakra
«Nel corpo vi sono nove cakra. Nel supporto [inferiore] vi è il Brahmacakra, avente tre avvolgimenti e la forma del cerchio della yoni. Là vi è il mūlakanda. Là si mediti sulla Śakti dalla forma del fuoco. Là stesso vi è il pīṭha di Kāmarūpa, che concede tutti i desideri.»

2.2 — Svādhiṣṭhānacakra
«Il secondo è il cakra Svādhiṣṭhāna. Nel suo mezzo si mediti sul liṅga rivolto verso occidente, simile a un germoglio di corallo. Là stesso vi è il pīṭha di Uḍḍiyāna, che attira il mondo.»

2.3 — Nābhicakra
«Il terzo è il cakra dell’ombelico, avente cinque avvolgimenti, dalla forma avvolta come un serpente. Nel suo mezzo si mediti sulla Śakti Kuṇḍalinī, simile a dieci milioni di soli nascenti. Essa è la Śakti centrale, donatrice di tutte le siddhi.»

2.4 — Hṛdayādhāra
«Il quarto è il sostegno del cuore, un loto di otto petali rivolto verso il basso. Nel suo mezzo, nel pericarpo, si mediti sulla luce dalla forma di un liṅga. Essa stessa è la kalā di Haṃsa; [con essa] si diviene padroni di tutti gli organi dei sensi.»

2.5 — Kaṇṭhacakra
«Il quinto è il cakra della gola, [della misura di] quattro aṅgula. Là, a sinistra, [vi è] Iḍā, il nāḍī della luna; a destra, Piṅgalā, il nāḍī del sole. Nel mezzo si mediti sulla Suṣumṇā. Essa stessa è la kalā Anāhata; [da essa] si produce la siddhi Anāhata.»

2.6 — Tālucakra
«Il sesto è il cakra del palato. Là vi è il flusso della corrente d’ambrosia; il liṅga di Ghaṇṭikā, la cavità della radice, il dente regale, l’apertura di Śaṅkhinī, la decima porta. Là si mediti sul vuoto. Si produce la dissoluzione della mente.»

2.7 — Bhūcakra
«Il settimo è il Bhūcakra, della misura del pollice, l’occhio della conoscenza, dalla forma della fiamma di una lampada. Si mediti [su di esso]. Si ottiene la siddhi della parola.»

2.8 — Brahmarandhra-nirvāṇacakra
«L’ottavo è il cakra della liberazione del Brahmarandhra, penetrabile dalla punta di un ago, dalla forma di un filo di fumo. Si mediti [su di esso]. Là vi è il pīṭha di Jālandhara, che concede la liberazione.»

2.9 — Ākāśacakra
«Il nono è il Ākāśacakra, un loto di sedici petali rivolto verso l’alto. Nel suo mezzo, nel pericarpo, [vi è] una forma simile a Trikūṭa; al di sopra di essa [vi è] la Śakti. Si mediti su quella, il Supremo Vuoto. Là stesso vi è il pīṭha di Pūrṇagiri, [che concede] il compimento di tutti i desideri.»

«Così termina la trattazione dei nove cakra.»

Nel pensiero di Gorakṣa il corpo dello yogin è il luogo nel quale si custodisce una potenza che, nella condizione ordinaria, rimane latente e che lo yoga ha il compito di risvegliare e ricondurre alla sua origine.

Questa potenza è la Kuṇḍalinī Śakti. Gorakṣa la colloca presso il kanda, là dove essa giace avvolta su se stessa, nella forma di una potenza raccolta e dormiente. La sua posizione è descritta attraverso un’immagine che è al tempo stesso anatomica, simbolica e soteriologica: la Kuṇḍalinī ricopre con la propria bocca l’ingresso della brahmadvāra, la «porta di Brahman». La condizione dell’uomo ordinario è dunque rappresentata come una chiusura: la via verso il principio supremo è presente nel corpo, ma il suo accesso è impedito dalla stessa potenza che ne custodisce l’ingresso.

E ciò che nello stato di non-risveglio costituisce l’ostacolo al passaggio diviene, una volta destato, il principio stesso dell’ascesa. La via della liberazione è dunque già inscritta nella corporeità dello yogin, ma rimane inaccessibile finché la Śakti permane nel suo stato di sonno.

Da qui prende avvio la pratica propriamente yogica. Gorakṣa descrive il risveglio della Kuṇḍalinī come effetto del vahni-yoga, dello «yoga del fuoco», e ne associa il movimento a quello della mente e del māruta, il soffio vitale. Il risveglio della Śakti non costituisce un’esperienza puramente immaginativa o una semplice visualizzazione. Esso implica una azione congiunta del respiro, della mente e della potenza vitale. Lo yoga agisce precisamente su questa unità, raccogliendo ciò che nell’esperienza ordinaria è disperso e orientandolo verso un’unica direzione verticale ascendente.

Questa direzione è la Suṣumṇā. La Śakti, una volta risvegliata, intraprende un movimento ascendente attraverso la via centrale. La Śakti segue una via sottile e verticale, che raccoglie nel proprio movimento ciò che prima apparteneva alla molteplicità del corpo e dell’esperienza.

La meditazione dei cakra è dunque inseparabile dal movimento della Kuṇḍalinī: contemplare il corpo sottile significa rendere oggetto di esperienza il processo mediante il quale la potenza dormiente viene risvegliata, raccolta nella via centrale e condotta verso l’alto.

Nel Siddhasiddhāntapaddhati è particolarmente evidente questo aspetto. Quando, nella descrizione del nābhicakra, prescrive di meditare sulla Kuṇḍalinī «simile a dieci milioni di soli nascenti»

La Kuṇḍalinī deve essere riconosciuta interiormente come una potenza di intensità numinosa, la cui presenza è paragonata alla luce di innumerevoli soli nascenti. E il testo ne esplicita immediatamente la funzione: «essa è la Śakti centrale, donatrice di tutte le siddhi».

Ciò che veramente stiamo contemplando è La Madre Divina.

Yogini Udai Nath, 21 settembre 2026
Isola del Gran Sasso d’Italia

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi