Satsang

Vedanta. Fondamenti di Filosofia Indiana.

Vedanta. Fondamenti di Filosofia Indiana. Religione filosofia etica e spiritualità dell’india classica.
Con Yogini Udai Nath,
dal 16 Ottobre ogni Venerdì alle 21.00 a Isola del Gran Sasso e su Zoom.

“Invero io sono il Brahman supremo, eterno, puro, libero; sono la perfetta Beatitudine, l’Uno infinito, la Verità, la Conoscenza.
Come la medicina distrugge la malattia, così la continua meditazione su “io sono Brahman” distrugge l’ignoranza e le dispersioni da essa causate.
Seduto in un luogo appartato, distaccato, con i sensi sotto controllo, medita senza altri pensieri sull’unico, infinito Sé.
Quando nel tuo intelletto purificato tutto ciò che è oggetto di percezione si fonde nell’unico Sé, medita senza altri pensieri su questo Sé puro come lo spazio.
… In quest’unica Coscienza e Beatitudine non vi è distinzione fra il conoscitore, la conoscenza e il suo oggetto; è il Sé, invero, che illumina se stesso.” (Sri Adi Shankara, Atmabodha, La conoscenza di Sè.)

Negli incontri del percorso Vedanta leggeremo i testi delle Upanishad, della Bhagavad Gita e dei filosofi che hanno incarnato la realizzazione del Sé. Con il commento e la riflessione renderemo attuale e presente il loro insegnamento, cercando di approfondire il nostro cammino verso la Liberazione. Un viaggio profondo e appassionante alla radice di sé stessi, per riflettere sulla vita e la morte, la fede e la ragione, i legami e la libertà, la verità e l’esperienza.


Avvicinarsi al Vedānta può sembrare anacronistico, in un mondo sempre più superficiale e saturo di informazioni, e proprio per questo diventa essenziale attuare un cambiamento di paradigma che richiede un momento critico per essere davvero puntuale.

Il Vedānta non si presenta semplicemente come un insieme di nozioni filosofiche da apprendere. Non chiede di accumulare nuove idee sul mondo, ma di mettere in discussione il cuore del nostro pensare: chi sono io? Che cos’è la realtà?

Il punto attorno a cui tutto si tiene, è la conoscenza di sé.

Siamo abituati a dire «io» riferendoci al corpo, ai pensieri, alle emozioni, ai ricordi, ai desideri, alle azioni. Il Vedanta ci insegna un fatto elementare quanto sorprendete: se qualcosa viene conosciuto dalla mente, non coincide con colui che conosce.

Quindi, mentre tutto ciò che sappiamo di “noi” è oggetto dei sensi, della elaborazione della mente, degli stati di coscienza, dell’evoluzione e quindi della dimensione mutevole del divenire, il conoscitore, l’io che ha conosciuto questi cambiamenti, non cambia, è l’osservatore immobile, l’Atman, il testimone.

Atman è un concetto che facilmente si confonde con Anima, come inteso in occidente, ma la sua dimensione è molto più nitida e insieme molto più universale. Atman è la Coscienza che sperimenta ogni stato di coscienza: la veglia e tutto il mondo di veglia, il sogno e tutto il mondo interiore, e infine lo stato ultimo, lo spegnimento, come nel sonno profondo, quando possiamo dire “non c’è nulla”.

Il Testimone che vede tutto questo è sempre presente, inalterato, non è macchiato da ciò che vede, non prova gioia o dolore, non è aumentato o diminuito dalle esperienze che attraversa. Non è ancorato all’io, ai suoi meriti o alle sue colpe, che ricadono tra le esperienze mutevoli che percepisce.

Tra i testi classici del Vedanta, la Bṛhadāraṇyaka Upaniṣad definisce all’origine il percorso della ricerca filosofica:

«Attraverso che cosa si dovrebbe conoscere Colui attraverso il quale tutto questo è conosciuto? Attraverso che cosa si dovrebbe conoscere il Conoscitore?»

Il Sé non può essere ridotto a un altro oggetto che osserviamo dall’esterno. È ciò grazie a cui ogni esperienza e ogni conoscenza sono possibili.

La Bhagavad Gītā esprime la stessa distinzione parlando dell’Ātman come non nato e non soggetto alla morte:

«Non nasce né muore mai; non essendo venuto all’esistenza, non cesserà di essere; è non nato, eterno, permanente, antico; non viene ucciso quando viene ucciso il corpo.»

La ricerca vedāntica comincia dunque da una distinzione fondamentale: io non sono ciò che posso osservare in me, io non sono “né questo né quello”, nessun oggetto della mia esperienza o della mia percezione può definire ciò che io sono.

E in questa distinzione si apre uno spazio di libertà prima sconosciuta.

La conoscenza ha conseguenze morali, etiche e esistenziali potentissime. La conoscenza del Sé scardina la chiusura dell’io frutto dell’ignoranza metafisica. Se dunque io non sono l’ego definito dalla nascita, dal corpo, dalla posizione sociale, dal genere, o dalla nazionalità, religione ecc, ma Quel Testimone che vede ogni cosa, qual è la natura dell’Atman, qual è la sua dimensione e la sua diffusione?

Esso è il Brahman infinito, che pervade ogni cosa.

Chāndogya Upaniṣad:
«Tutto questo, in verità, è Brahman.»

Māṇḍūkya Upaniṣad:
«Tutto questo, in verità, è Brahman; questo Ātman è Brahman»

La Īśā Upaniṣad:
«Tutto questo è pervaso dal Signore.»
«Luminoso, incorporeo, puro, onnipervadente, veggente, pensante, autoesistente e ordinatore della realtà.»

Dunque:
«Colui che vede tutti gli esseri nel Sé e il Sé in tutti gli esseri, non commette errori.»

E aggiunge:
«Per colui che vede l’unità, quale illusione, quale dolore?»

La Bhagavad Gītā riprende quasi la stessa visione:
«Il saggio vede il Sé in tutti gli esseri e tutti gli esseri nel Sé.»

E quindi cosa vede colui che ha realizzzato il Sé? «il saggio vede con lo stesso sguardo il brahmino, la mucca, l’elefante, il cane e l’uomo di strada.»

Il rispetto, la nonviolenza, la generosità e la compassione diventano l’espressione naturale della realizzazione dell’unità dell’Essere.

Satyam, la Verità è la radice di questa condotta illuminata. La Bhagavad Gītā, infatti, include satyam tra le qualità della «natura divina»:
«Nonviolenza, verità, assenza di collera, rinuncia, pace, assenza di maldicenza…»

La Verità ricercata nella conoscenza del Sé trova una naturale espressione nel modo in cui conduciamo ogni istante della nostra vita, in spirito di verità e di consapevolezza.

Forse nessun concetto della Bhagavad Gītā esprime meglio il passaggio dalla conoscenza alla vita concreta di samatva, l’equanimità.

Krishna dice:
«Rimanendo equanime nel successo e nell’insuccesso, questa equanimità è chiamata yoga.»
È una definizione cristallina. L’equanimità non è una virtù secondaria. È la postura interiore dello yoga.

«Colui la cui mente non è turbata dalle sofferenze, che non è dominato dal desiderio per i piaceri, che è libero da attaccamento, paura e collera…» costui è libero dall’illusione e dalla paura.

Le Upaniṣad collegano la paura alla dualità:
«Dalla dualità, infatti, nasce la paura.»

Una delle conseguenze più profonde della conoscenza del Sé, è la libertà dalla paura.
La Gītā usa un linguaggio altrettanto significativo quando, all’inizio dell’elenco delle qualità divine, pone “Abhayam”, l’assenza di paura.
Nello stesso verso, “abhaya” compare accanto a “jñāna-yoga-vyavasthitiḥ”, la stabilità nella conoscenza e nello yoga.

Il saggio, per il Vedanta, non è condizionato dalla paura. La sua libertà, che si fonda sulla capacità di discernere sempre il vero, non è adombrata dal timore. In lui la compassione e l’equanimità hanno preso il posto di ogni timore o desiderio personale, e la sua coscienza è pienamente libera di conoscere il vero e agire di conseguenza.

Assenza di paura, purezza interiore, stabilità nella conoscenza, generosità, disciplina dei sensi, studio, rettitudine, nonviolenza, verità, assenza di collera, rinuncia, pace, assenza di maldicenza, compassione verso gli esseri, assenza di avidità. Sono le espressioni concrete di una vita nella quale la conoscenza filosofica è uno strumento di liberazione.

Chi realizza il Sè è detto quindi liberato, poiché è libero dalla paura, dall’avidità e dall’attaccamento. Perciò è libero dal Karma e dalla morte e dalla rinascita (Samsara).

«Questo Sé è infatti non coinvolto, non attaccato.»

Nella Bṛhadāraṇyaka Upanishad è descritto il conoscitore attraversare come in un sogno i mondi dell’aldilà dove vede i meriti e i demeriti produrre i frutti delle azioni. Il testimone resta immutato fino oltre la dimensione della vita, osservando tutto il grande sogno che l’io attraversa. Ma quando il Sè, il conoscitore, è realizzato, chi sarà toccato dalla morte e dal divenire?

La sua natura è libera di riconoscersi in ogni essere senziente e nel cosmo stesso, come la coscienza che anima ogni cosa, al di là delle differenze di nome e di forma, che mutano con il mutare del tempo. La sua coscienza è identica al tutto, in tutti gli esseri, l’Atman che è il Sè è dunque Quello, il Brahman Supremo che gli uomini chiamano con molti nomi…

Yogini Udai Nath, 12 Settembre 2026
Isola del Gran Sasso d’Italia


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