Yogini Udai Nath Ogar Pir (Beatrice Polidori) è una monaca Ogar (minore) dell’ordine dei Nath.
Nel corso della sua formazione, è stata istruita da Bodhananda nella dottrina dell’Advaita Vedanta, secondo la tradizione di Shankaracharya, Gaudapada e Sri Ramana Maharshi. Segue poi Swami Veetamohananda (Ramakrishna Math and Mission), con cui approfondisce l’insegnamento di Ramakrishna Paramahamsa e Swami Vivekananda. All’inizio del 2012 entra nell’ordine Nath Sampradaya con il nome monastico di Udai Nath, sotto la guida di Guruji Yogi Krishnanath.
Ha visitato India e Nepal.
Dal 2001 è autrice del sito Visionaire.org, ove ha curato la traduzione di testi essenziali del Vedanta, dello Yoga e della tradizione religiosa Hindu. E’ autrice dei Tarocchi di Visionaire.org e delle Meditazioni con i Tarocchi.
Conduce seminari, satsang e funzioni religiose.

“Satsang è la dimensione che si situa fuori dal materialismo spirituale dei nostri giorni. Satsang è la dimensione originaria e tradizionale della pratica spirituale, data dall’incontro, la conoscenza, il dialogo, l’ascolto e la condivisione.
Comunicare esprime l’idea di “communio”, come comunione, unire ciò che è diviso, permettere alla coscienza di trovare l’unità originaria e sperimentare la non dualità della mente stessa, l’intelligenza universale. Così come risuona nel Verbo originario, nel Sabda Brahman.
Satsang è entrare in questa comunione spirituale, il cui mezzo sono le scritture sacre, l’esperienza diretta e la pratica devozionale.
Gli Yogi Nath chiamano questo dialogo Sabad, la parola ispirata che proviene dal cuore e dalla conoscenza del mistico. Una parola che è espressione dell’Assoluto, del suono perenne e inudibile, Sabda. Momenti in cui l’attività mentale ordinaria deve lasciare spazio al vuoto interiore, Sunya, che permette l’ascolto profondo, l’unità con il tessuto narrativo e imaginale del sacro. Sacro: ciò che resta separato, tolto dalla fruizione comune, perché resti immortale, dedicato soltanto al divino. Quello che diventa materia e sostanza dell’Essere, in Sé.
Solo così le voci individuali, divise e discordanti, ritrovano il senso di una coesistenza superiore, intuitiva e immediata.
Satsang è la dimensione sciamanica, oracolare e “qui e ora” della conoscenza spirituale, come gli antichi maestri e filosofi praticavano nella cerchia ristretta dei discepoli e dove tutto ciò che conosciamo, ciò che definiamo umano, ha avuto ispirazione e origine divina. Tutto proviene dalla potenza della Parola, che è la Madre del mondo, Shakti divina, incarnata nella coscienza. Poiché Essa è il Mistero, si incontra e si riconosce nel sacro.”

“La poesia è stata la prima fonte di conoscenza metafisica. La parola sacra, in sanscrito, è “parola udita” (Sruti), il senso vuole suggerire quel momento profondo, iniziale, collocato all’inizio o al di là del tempo, quando la realtà si è percepita in una forma perfettamente poetica e sonora, unitaria. 
Questa intuizione, prima di trascriversi nei versi, si è trasmessa in linea diretta. Non per apprendimento mnemonico, la memoria si struttura a partire da questo processo, piuttosto: una ripetizione costante di un tema che ininterrottamente accompagna l’esperienza del veggente. Come il tema di una sinfonia: continua, si sviluppa, si risolve, ritorna.
La Sadhana è l’esercizio della ripetizione costante, dell’accordarsi al suono fino a contemplarlo nell’intera realtà: ritornando alla piena unità da cui è scaturito.”

“Questo cerchio di pietra è il grembo, la terra, la materia che si dispone per accogliere il divino, o per metterlo al mondo. Il fuoco è lo spirito, la cui natura distruttrice e trasformatrice gli Yogi impararono a domare e controllare. Lo Yoga è questo: accendere e accudire il Fuoco sacro. Non permettere che si spenga né che distrugga il mondo. Restare a sorvegliarlo e condividerne il calore e i doni con quelli che vorranno raccogliersi attorno al cerchio. Il fuoco naturale, come lo spirito, come il dio antico, è distruttore. Il Fuoco Sacro arde costantemente e in modo controllato, e lo Yogi sta allo stesso modo al centro della contraddittoria e duale natura umana, costituita dai suoi soffi, e governa il centro, da dove il fuoco di alza, costante e controllato, e discende la luce, il calore, la benedizione. Il Dhuni e il Fuoco, il Fuoco e il calore sono la stessa cosa, sono Shiva e Shakti, le polarità del maschile e femminile universali, unificate, inscindibili. La stessa immagine che veneriamo nello Shivalingam, qui è viva, calda e danzante, davanti ai nostri occhi, come nell’essenza della vita stessa. Perciò questo è il luogo in cui il nostro sacrificio, la nostra offerta, arriva direttamente agli Dei, perché siamo davanti alla loro più evidente presenza.”
(cerimonia di accensione del Dhuni, 2017)

” … come quando abbiamo imparato da nostra madre la lingua materna, i nomi delle cose: l’affiorare spontaneo di una conoscenza che già abitava nel nostro cuore, che l’Amore, una forza interna e inarrestabile, ha fatto emergere dalla nescienza alla luce, come qualcosa che avevamo sempre saputo, disperdendo le tenebre che ce ne separavano. Come il profumo della primavera che fa sbocciare i fiori, recita un mantra dedicato a Shiva, che con quel profumo è identificato allegoricamente. Quel moto interiore, che come il profumo è interno e esterno alla stessa natura dei fiori e che fa sì che i fiori si aprano al tempo dovuto, dice il mantra, è Dio stesso, l’Atman che si risveglia. Questo è il potere del Guru, che non appartiene a questo o a quel corpo, ma all’Essere in Sè, a Dio, al cuore di ciascuno di noi, e che al momento opportuno si manifesta, dando luogo alla “primavera”, al risveglio della Sua stessa presenza….”
(Gurupurnima 2019)

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