Un percorso dedicato a chi desidera avvicinarsi alla meditazione contemplativa di Shiva, al cuore della tradizione del Sanatana Dharma (Induismo).
Questa pratica ha radici antichissime. Il Mantra compare nel Rg Veda e nello Yajur Veda.
Nella tradizione devozionale il mantra è usato per ottenere salute, longevità e liberazione.
La tecnica del canto vedico è tradizionalmente riconosciuta per gli effetti specifici che esercita sulla mente e sul corpo.
La pratica di questo Mantra avvicina alla Presenza di Shiva, la cui contemplazione è la via maestra alla Liberazione.
108 Mahāmṛtyuñjaya Mantra
dal 26 Ottobre Lunedì ore 21.00
anche su Zoom
Il Mahāmṛtyuñjaya Mantra: tradizione e meditazione
Il Mahāmṛtyuñjaya Mantra è uno dei Mantra più antichi e celebrati della tradizione vedica. è attestato nel Ṛgveda 7.59, dedicato a Rudra Shiva, nel Taittirīya Saṃhitā 1.8.6.2 del Kṛṣṇa Yajurveda e nella Vājasaneyi Saṃhitā 3.60 dello Śukla Yajurveda.
Il mantra recita:
ॐ त्र्यम्बकं यजामहे सुगन्धिं पुष्टिवर्धनम् ।
उर्वारुकमिव बन्धनान्मृत्योर्मुक्षीय मामृतात् ॥
Oṃ tryambakaṃ yajāmahe sugandhiṃ puṣṭivardhanam |
urvārukam iva bandhanān mṛtyor mukṣīya māmṛtāt ||
Una traduzione vicina al senso letterale può essere:
«Adoriamo il Signore dai Tre Occhi, che emana i profumi, che è il vigore della natura. Come il frutto maturo cade a suo tempo dal ramo, fai che io possa staccarmi dalla morte, per trovare l’immortalità.»
Nella tradizione rituale e devozionale il mantra viene impiegato come formula di liberazione dalla morte e dal pericolo di morte, e come mezzo per ottenere salute, longevità e liberazione.
Nel Liṅga Purāṇa la pratica del Mṛtyuñjaya assicura la liberazione dal “laccio della morte”; nello Śiva Purāṇa la “mṛtyuṃjayavidyā”, la competenza nel Mrityujaya, è il mezzo per il superamento della morte. Questa linea interpretativa si mantiene nella tradizione moderna, facendo del Mantra uno dei versi vedici più celebri e amati dai praticanti dello Yoga.
La formulazione tradizionale, con cui viene definito il mantra «conquistatore della morte» è dunque rappresentata da questi versi in cui l’invocazione al Dio, Rudra Shiva, associata a una contemplazione della natura nel suo ciclo vitale, per culminare in una domanda di liberazione descritta in termini estremamente sottili. La morte è vista nella sua dimensione naturale, così come il frutto che si stacca a suo tempo dal ramo e muore, ma il seme che deposita contiene l’immortalità.
Questa osservazione della natura è il supporto visivo per introdurre un tema elevato che contempla l’immortalità spirituale: la liberazione dal destino mortale, per realizzare la dimensione che non conosce la morte (Amrit).
Amṛta — letteralmente «non-morte» — è uno dei grandi concetti del pensiero vedico e yogico: ciò che non è soggetto alla decadenza e alla morte, ciò che permane, ciò che è perciò di natura divina, è Quello che lo yogi vuole ricercare e desidera realizzare.
L’invocazione non riguarda la sopravvivenza materiale, piuttosto il mantra suggerisce la possibilità di non essere mai separati dalla propria natura divina e immortale. Questa realizzazione è il desiderio espresso attraverso Mantra, rivolto a Shiva, il Mahadeva, il grande Dio che può dispensare la liberazione.
La stessa contemplazione della natura, che ispira le parole del Mantra, ha un significato metafisico, che mette in relazione immediata la presenza di Shiva e il piano naturale del divenire.
La sua Fragranza, con cui è evocato (sugandhim), sprigiona inspiegabilmente: è l’essenza invisibile che richiama la natura al fiorire, è il profumo che si sprigiona nella stagione dei fiori, ma che in qualche modo la precede, la fa incominciare. È quella stessa essenza invisibile che dall’interno produce a tempo debito il distacco del frutto dal ramo, quella essenza che è l’Amrit, il nettare dell’immortalità.
E’ questo “profumo” a dirigere invisibilmente il ciclo della vita, sprigionando dall’interno dei fiori che si aprono al suo comando, accrescendo la polpa del frutto fino alla maturazione e conservando la vitalità perenne nel seme che verrà deposto nella terra. Non vi è un solo passaggio nel divenire della vita mortale, anche nella forma più semplice del vegetale, che sia distaccato dalla propria natura immortale, che è la presenza di Shiva.
Shiva il Triambakam, il triplice, che governa ogni passaggio del (tripice) divenire deve essere contemplato, meditato e realizzato. La sua Presenza è già, qui e ora, in ogni aspetto della natura e del divenire, l’Essere Supremo, l’uno senza secondo, senza morte, senza sofferenza: realizzare quella presenza immortale è la Liberazione (Mukti).
Il Mantra nel Rudra Namakam
Il testo vedico dal quale è estratto il Mantra è una lunga invocazione detta Rudra Namakam, il Saluto a Rudra, la primitiva forma di Shiva.
Nei suoi 66 versi Rudra viene descritto minuziosamente, nelle sue innumerevoli forme, strettamente collegate a ogni aspetto della natura e della realtà. Fino a descrivere il Dio universale, che abita e sovraintende ogni cosa.
Di Lui inizialmente si salutano gli aspetti “terribili”. Rudra in origine è il Dio che governa le tempeste e, per estensione, il Dio delle foreste, dei luoghi inaccessibili, delle montagne, dei ripidi sentieri, dei pericoli in agguato nel folto del mondo naturale. Al tempo in cui si scrissero questi inni, la natura selvaggia circondava i primi uomini come una presenza totalizzante, di cui i veggenti vedici compresero la potenza ed entrarono in connessione nella contemplazione. Perciò i primi versi del Rudra Namakam invocano il Dio munito di frecce, pronto a colpire, selvaggio.
«Che la tua freccia sia benevola, quel tuo arco sia benevolo, e la tua faretra benevola: con essi, o Rudra, concedici la tua grazia.
Con la tua forma benevola, non terribile, che allontana il male: con quella tua forma più pacifica, o Signore della montagna, mostrati a noi.
Che la freccia che porti nella mano, o Signore della montagna, per colpire sia benevola, o Protettore della montagna; non colpire l’uomo né gli animali.
Con parole benevole ci rivolgiamo a te, o Signore della montagna, affinché tutto questo mondo divenga libero dalla malattia e sia di felice.»
I Versi proseguono mostrando un Dio che non sfugge allo sguardo di chi lo cerca, anzi, che è naturalmente visto da ogni creatura nella forma del Sole:
«Il Sole che è rosso-rame quando sorge e poi giallo-oro, che è benefico e munifico di doni, è il Signore Rudra. Mi inchino anche alle migliaia di Rudra che abitano ogni direzione del cosmo, perché quietino la loro ira e ascoltino la mia preghiera.
Colui che ha il collo blu, che si osserva sorgere all’alba nella forma del Sole, che è veduto anche dagli uomini che portano al pascolo le vacche, e dalle donne che trasportano l’acqua dal fiume, e persino da tutti gli animali. Egli, che da tutti è veduto, ci accordi la felicità.
Il mio saluto è per colui che ha il collo blu, che ha migliaia di occhi, Colui che ci accorda ogni desiderio; e con Lui al suo seguito di devoti.»
La bellezza naturalistica e diretta di questi versi continua nell’inno, che descrive le molteplici forme di Rudra, e ne invoca il volto benevolo: Shiva.
«Saluto Colui che è nei sentieri stretti e Colui che è nelle grandi vie.
Saluto Colui che è nei piccoli corsi d’acqua e Colui che è nelle correnti.
Saluto Colui che è nel fango e Colui che è nelle acque ferme.
Saluto Colui che è nei fiumi e Colui che è negli stagni.
Saluto Colui che è nei pozzi e Colui che è nelle fosse.
Saluto Colui che è nella pioggia e Colui che è nella siccità.
Saluto Colui che è nelle nubi e Colui che è nel fulmine.
Saluto Colui che è nel calore e Colui che è nel sole.
Saluto Colui che è nel vento e Colui che è nella tempesta.
Saluto Colui che abita nelle case e Colui che è il signore della dimora.
…
Saluto Śambhu, fonte di felicità, e Colui che dona gioia.
Saluto Śaṅkara, Colui che rende felici, e Colui che procura il bene.
Saluto Śiva e Colui che è ancora più propizio.
Saluto Colui che dimora nei luoghi sacri e Colui che è sulle rive.
Saluto Colui che è sull’altra sponda e Colui che è su questa sponda.
Saluto Colui che aiuta ad attraversare e Colui che conduce oltre.
Saluto Colui che è nell’acqua bassa e Colui che è nell’acqua profonda.
Saluto Colui che è nell’erba e Colui che è nella schiuma.
Saluto Colui che è nella sabbia e Colui che è nelle acque correnti.
…
Saluto Colui che è nella terra desolata e Colui che è sulla grande strada.
Saluto Colui che è tra le pietre e Colui che dimora nei luoghi abitati.
Saluto Colui dalle chiome raccolte e Colui che sta davanti.
Saluto Colui che è nella stalla e Colui che è nella casa.
Saluto Colui che è sul giaciglio e Colui che è nella dimora.
Saluto Colui che è nei luoghi impervi e Colui che dimora nelle caverne.
Saluto Colui che è nelle profondità e Colui che è nelle acque gelide.
Saluto Colui che è nella polvere sottile e Colui che è nella polvere visibile.
Saluto Colui che è negli alberi secchi e Colui che è negli alberi verdi.
Saluto Colui che è nella terra spoglia e Colui che è nell’erba.
Saluto Colui che è nella terra e Colui che è nelle acque ondose.
Saluto Colui che è nelle foglie e Colui che è tra le foglie cadute.»
Questi sono alcuni versi dell’inno in cui si inserisce il Maha Mrityujaya Mantra.
Il Rudra Namakam, insieme all’inno che lo segue, il Rudra Chamakam, hanno tradizionalmente un uso rituale, che si compie nella dimensione della contemplazione e della benedizione.
Questi inni ci dispiegano la dimensione cosmica del Dio, attraverso la quale, passaggio dopo passaggio, assorbiamo il sentimento della non-dualità. Resta tuttavia il problema filosofico, sintetizzato nel tema ricorrente della felicità, ma non ancora elaborato: perché, in questa cosmologica carrellata di formule evocative di Rudra, l’orante porta il proprio desiderio fino all’immortalità, alla liberazione? La contemplazione di Rudra Shiva accende il desiderio di realizzare l’immortalità, ma dove si trova la risposta a questa intenzione?
Infatti, il Mahamrityunjaya Mantra lo troviamo a concludere la recitazione del Namakam, con una chiosa che è, al tempo stesso, un’apertura verso la dimensione realizzativa dell’istanza di liberazione.
È questo l’argomento che i Veda sviluppano nei testi delle Upanishad, nella porzione dei Veda detta Jnana Kanda, o «sezione della conoscenza», che costituisce il Vedanta, il fine dei Veda.
L’apoteosi di Rudra come Brahaman Assoluto nella Svetasvatara Upanishad
Per allargare la comprensione della natura di Shiva, e il motivo per cui Lui è invocato per la Liberazione, possiamo rivolgerci ai versi della Svetasvatara Upanishad, che riprende la visione universalista del Dio, portando la contemplazione sul piano assoluto della non dualità.
Attraverso l’Upanishad si osserva che non stiamo enumerando gli aspetti di un culto panteista, in cui i fenomeni naturali sono adorati in quanto tali, ma che Shiva in ogni creatura abita in quanto Shiva: la Coscienza Suprema, l’Atman.
La Sua presenza, dell’immortale, del Supremo Dio che in ogni cuore vede e conosce ogni cosa, è l’Atman, la realtà Suprema. La Coscienza è l’Atman immortale, che è Shiva, l’Essere Universale, il Purusha o Brahman Supremo.
L’Essere supremo che abita ogni essere, dagli Dei ai fili d’erba, è “Essere Coscienza e Beatitudine” (Sat Cit Ananda). Ogni cosa che è, è (Sat); ogni ente senziente è essenziato di coscienza (Cit); colui che così conosce conquista la Beatitudine (Ananda) che è come il nettare, la condizione degli immortali, dei beati, coloro che sono liberati da ogni timore, anche della morte. Dunque il Mantra ci indica la via: ogni cosa accade perché Egli è; ogni essere senziente è abitato dalla Coscienza universale, che è l’Atman; Esso è immortale e beato, libero dalla morte e dal ciclo del Samsara, identico al Brahamn universale. Questa è l’essenza del Vedanta e il percorso del conoscitore.
«Poiché vi è un solo Rudra, senza un secondo, che governa tutti i mondi con le sue potenze. Egli è presente in tutte le creature; e dopo aver creato tutti i mondi, lui, il protettore, alla fine dei tempi li ritrae in sé.
…
Quello, non più grande di un pollice, che dimora all’interno del cuore dell’uomo, è percepito dal cuore, dal pensiero, dalla mente. Coloro che lo conoscono divengono immortali.
Quello dai mille capi, dai mille occhi, dai mille piedi, dopo aver avvolto la terra da ogni lato, la oltrepassa di dieci dita.
Quello, solo, è tutto questo: ciò che è stato e ciò che sarà; è anche il signore dell’immortalità; è tutto ciò che cresce per mezzo del cibo.
Le sue mani e i suoi piedi sono dovunque, i suoi occhi e il suo capo dovunque, le sue orecchie dovunque: egli sta avvolgendo ogni cosa nel mondo.
…
Il Sé, più piccolo del piccolo, più grande del grande, è nascosto nel cuore della creatura. Colui che ha lasciato dietro di sé ogni dolore vede la maestà, il Signore, libero dalla sofferenza, per grazia del creatore.
…
Quel Sé, in verità, è Agni, il fuoco; è Āditya, il sole; è Vāyu, il vento; è Candramas, la luna; Egli stesso è anche il firmamento stellato, è Brahman, è l’acqua, è Prajāpati.
Tu sei la donna, tu sei l’uomo; tu sei il giovane, tu sei la fanciulla; tu, come un vecchio, vacilli appoggiato al bastone; tu nasci col volto rivolto in ogni direzione.
Tu sei l’ape azzurrina, tu sei il pappagallo verde dagli occhi rossi, tu sei la nube tempestosa, le stagioni, i mari. Tu sei senza principio, perché sei infinito, tu da cui tutti i mondi sono nati.»
Il Mahamrityujaya nel Linga Purana
Nel Liṅga Purāṇa, il capitolo 54 è dedicato al mantra Tryambaka, noto anche come Mahāmṛtyuñjaya mantra, e ne espone sia la pratica rituale sia il significato spirituale, inserito nella dimensione religiosa e popolare dei Purana.
Il testo descrive il culto di Śiva come Tryambaka, il «Signore dai tre occhi», e interpreta successivamente i principali termini del mantra, mostrando come essi rimandino alla natura e alle funzioni divine di Śiva.
Dal punto di vista rituale e devozionale, si tratta di una pratica rivolta ai devoti: il testo prescrive offerte, Homa, ripetizioni del mantra, meditazione e altre forme di culto, attribuendo loro benefici concreti come longevità, prosperità e protezione, fino alla liberazione dai peccati, dai legami karmici e dalla morte. La devozione a Śiva e la potenza del mantra diventano così una via accessibile al devoto attraverso la pratica rituale e il ricordo del Signore.
A questa dottrina tutti, ancora oggi, possono riferirsi per praticare il Mantra in fiducia e nella sicurezza di essere dentro una spinta ascensionale che, a prescindere dalla propria comprensione dei testi vedici, o delle conoscenze pregresse, e perfino della propria condotta, sarà un veicolo senza ostacoli alla liberazione.
Sebbene ogni dottrina ortodossa del Dharma deve essere fondata nei Veda e nelle Upanishad, le questioni più filosofiche hanno un valore anche in parte autoreferenziale. La pratica, dice il Purana, è il vero percorso verso la liberazione, nella misura in cui lavora direttamente sul profondo di sé, senza mediazione intellettuale, rimuovendo le cause vere e effettive alla liberazione, come il peccato, l’ignoranza, la sofferenza e la paura. Quindi basandoci su questa scrittura, possiamo legittimamente praticare il Mantra.
Linga Purana, Capitolo 54 – Il culto con il mantra Tryambaka
«…
13. Dopo aver debitamente adorato il Signore, si deve ripetere il mantra Tryambaka. Si viene liberati da tutti i peccati accumulati nel corso di sette nascite.
14. Egli otterrà la vittoria in battaglia e conseguirà una buona fortuna incomparabile. Colui che desidera un regno lo otterrà compiendo centomila Homa e sarà felice.
15. Colui che desidera un figlio otterrà certamente un figlio con centomila Homa di questo mantra. Colui che desidera ricchezza deve, senza esitazione, ripetere il japa un milione di volte.
16. Egli sarà pienamente e perfettamente provvisto di ricchezze, cereali alimentari e tutti gli altri oggetti propizi. Giocherà con i propri figli e nipoti. Quando morirà, andrà in cielo.
17. O saggi dalle buone pratiche sacre, non vi è alcun mantra pari a questo, sia nel mondo sia nei Veda. Perciò si deve continuamente adorare per mezzo di esso il Signore dai tre occhi.
18-23. Il frutto di ciò sarà otto volte il beneficio del sacrificio Agniṣṭoma.
La parola Tryambaka è interpretata così:
Egli è il Signore dei tre mondi, dei tre Guṇa, dei tre Veda, dei tre Deva e delle tre caste — brāhmaṇa, kṣatriya e vaiśya.
Egli è espresso dalle tre sillabe «A», «U», «M».
Egli è il Signore dei tre fuochi, cioè luna, sole e fuoco.
Umā, Ambā e Mahādeva costituiscono il trio.
Perciò egli è Tryambaka, il Signore dei tre.
La parola Sugandhi nel mantra viene interpretata così.
La splendida fragranza di un albero in piena fioritura viene trasportata a grande distanza.
Allo stesso modo è la fragranza del Grande Signore.
Il Signore è la fragranza, oppure colui che porta la fragranza a tutti gli altri Deva.
La sua fragranza viene trasportata in questo mondo e nel firmamento quando soffia il vento.
Perciò l’attributo Sugandhi si riferisce al Signore.
Ora viene interpretata la parola Puṣṭivardhanam.
24-26. Un tempo il seme del Signore Śiva fu deposto nel grembo di Viṣṇu. Da questo seme ebbe origine l’uovo cosmico d’oro, origine della nascita di Brahmā. Il nutrimento del suo seme si estende oltre la luna, il sole, le stelle, la terra, Bhuvaḥ, Svaḥ, Mahaḥ, Tapaḥ e Satya. I cinque elementi, la persona cosmica, l’intelletto cosmico e Prakṛti sono nutriti dal suo seme virile.
Perciò il Signore è Puṣṭivardhana, «colui che accresce il nutrimento».
27-28. Ora viene interpretata la parola Yajāmahe, «noi adoriamo».
Noi adoriamo debitamente e devotamente quel Signore compiendo Homa con ghee, latte, miele, orzo, grano, fagiolo nero, frutti di Bilva, gigli, fiori di Arka, foglie di Śamī, senape bianca e chicchi di riso Śālī nel Liṅga.
29-30. Ora viene interpretata la seconda metà del mantra.
Per la grazia di questo Ṛta (culto ordinato/sistematico) possa io essere liberato dal vincolo delle azioni e delle reazioni, così come dai legami della morte
Possa io essere liberato dal fulgore dell’esistenza mondana.
Come i frutti maturi del cetriolo cadono dal loro gambo quando arriva la stagione, così, per la grazia di questo mantra, è giunto il momento della liberazione.
31-35. Si deve adorare il Liṅga di Śiva dopo aver compreso il significato e i riti di questo mantra.
Quello Yogin reciderà tutti i legami.
Egli può controllare la morte.
O saggi dalle buone pratiche sacre, non vi è altro Signore così misericordioso quanto Tryambaka.
Egli viene propiziato e compiaciuto facilmente.
Così è anche il mantra.
Perciò si deve abbandonare tutto e adorare, mediante la ripetizione di questo mantra Tryambaka, il Signore dai tre occhi di Umā.
Egli deve adorare con grande concentrazione, quale che sia la sua condizione.
Senza dubbio sarà liberato da tutti i peccati mediante la meditazione su Śiva e diventerà Rudra stesso.
Sebbene si incorra in peccati uccidendo e trafiggendo esseri viventi, oppure mangiando e godendo ingiustamente, egli sarà liberato da tutti i peccati semplicemente ricordando Śiva una sola volta.»
Yogini Udai Nath, 14 Settembre 2026
Isola del Gran Sasso d’Italia
Questa pratica è rivolta a coloro che desiderano entrare nel Sanathana Dharma dalla porta principale, adorando il signore Shiva: nella sua Triplice personalità o come Assoluto, come Dio a cui rivolgere la propria preghiera, o come coscienza permanente e immortale che abita il cuore di ogni essere. La ripetizione del Mantra è la via principale alla meditazione, allo yoga, alla devozione.