Ogni lunedì ore 21,00 su Zoom.

L’immagine che veneriamo di Shiva e con cui lo rappresentiamo preferibilmente è quella dell’asceta sulla montagna (Girisha, signore della montagna), seduto nella posizione del loto, pacificato, sorridente, con gli occhi socchiusi in contemplazione (Shankara), la mano destra in segno di dono e la sinistra in segno di abhaya, non timore, che è gesto anche dell’ahimsa, il principio della non violenza. E’ la personificazione della pace e del silenzio. Ogni traccia di passione, ira e desiderio è svanita, bruciata nel fuoco che l’ha ridotta in cenere. Il corpo però è possente e vivo, trasmette l’idea di una energia pronta a risollevarsi in un istante, come la quiete prima della tempesta, concentrazione di tutta l’energia potenziale. La sua chioma è raccolta in un nodo sopra la testa, trattenuto dal cobra, I devoti lo chiamano perciò Jathadari, colui dai capelli intrecciati nelle jate (trecce, dreadlocks). Un getto d’acqua fuoriesce dalla cima del nodo dei capelli, ricadendo sulla terra: il fiume Gange, che origina in cielo e discende, controllato da Shiva perché non distrugga il mondo, dopo che è disceso su richiesta dei Rishi. Per questo Shiva è detto Gangadhara, portatore del Gange. La discesa del fiume porta fertilità e vita, e soprattutto lava i peccati dei vivi e dei morti, trasportando i resti dei cadaveri dopo la cremazione fino all’oceano, che è specchio del cielo, dove il Gange si trasforma nella via Lattea. Shiva rappresenta perciò il signore che controlla il ciclo della nascita e della morte, grazie a madre Ganga.
La Luna crescente corona la sua fronte, (Chandrasekhara) astro che rappresenta il seme della vita, i cicli e la mente. Nei Purāṇa si racconta che la Luna (Candra o Soma) fosse condannata a consumarsi progressivamente a causa di una maledizione inflitta da Dakṣa. Soma cercò rifugio presso Śiva, che lo accolse e lo pose sulla propria fronte, salvandolo dall’annientamento. Da allora la luna cresce e decresce ciclicamente: non muore più, ma si rigenera. Per questo Śiva è chiamato Candrasekhara o Candramauli, “colui che porta la luna sul capo”.
La luna è piena al suo interno di nettare, ambrosia, o soma, il succo dell’immortalità e perciò fa rinascere tutto ciò che ritorna ciclicamente alla vita. Nel processo di ascesa della kundalini, si dice che il serpente colpisca la luna, o penetri la luna, così che ne discende il nettare dell’immortalità e dell’estasi permanente, che quindi fluisce in tutto il corpo dello yogi attraverso le nadi.
Shiva ha tre occhi (Triambhakam), due, in posizione normale, sono il sole e la luna, il terzo, sulla fronte, posto in verticale, è sempre chiuso, lì è custodito il fuoco originario, quello capace di distruggere qualsiasi cosa su cui si posi il suo sguardo…
Il Maha Mṛtyuñjaya Mantra (महामृत्युञ्जय मन्त्र), noto anche come Tryambaka Mantra o Rudra Mantra, è uno degli inni vedici più venerati e studiati della tradizione hindu. Esso compare nel Ṛgveda (7.59.12), è ripreso nello Yajurveda, dove segna il passaggio centrale nel canto del Rudra Namakam, e successivamente nei Purāṇa, costituendo un testo di continuità tra la letteratura vedica e la devozione śivaita.
Il mantra è indirizzato a Rudra-Śiva nella sua forma di Tryambaka, “il Signore dai Tre Occhi”, epiteto che allude al sole, alla luna e al fuoco, oppure alle tre Madri (Amba), le Shakti con cui si attua la manifestazione cosmica. Signore, dunque, di ogni cosa.
Con questo Mantra Shiva è identificato come il Signore di tutto ciò che vive, al cui comando silenzioso, qui invocato come l’essenza invisibile del profumo, i fiori e la natura tutta si risvegliano a primavera, facendo sbocciare ogni fiore. Questa meravigliosa evocazione naturale è tipica della meditazione vedica, che canta la teofania del divino nella natura, come sua forma operante e viva. La contemplazione della fioritura e l’intuizione di una forza invisibile, fa diventare il quadro naturalistico una potente meditazione dell’invisibile che sostiene la vita e la morte in un ciclo immutabile e perfetto. Tu dunque, Signore, che sei il profumo che fa sbocciare i fiori (la potenza invisibile), tu che controlli anche il frutto, che al momento della maturazione si libera dal ramo e cade, per produrre nuova vita – Tu sei l’essenza immortale e il tempo propizio di ogni cosa, la vita perenne che accade nell’accadere del ciclo naturale, l’immortalità. Conduci dunque chi Ti riconosce e così ti invoca, a vincere l’illusione della morte e a comprendere la pienezza dell’immortalità. Questo è il succo dell’invocazione, il succo dell’immortalità, l’Amrit, che fluisce ritmicamente nella coscienza del meditatore mentre ripete ciclicamente queste sillabe, con la giusta intonazione.
E’ il significato letterale già sufficiente a riconnettere ogni dualità nell’unità, ma il canto del mantra, inteso con la pronuncia e l’intonazione appropriate, fa sì che la meditazione diventi esperienza diretta e vivida. Il suono del Mantra produce notoriamente una frequenza sonora, del tutto diversa dalla frequenza a cui è intonato normalmente il nostro sistema nervoso, e la nostra attività celebrale ordinaria. Lo spostamento prodotto dal canto vedico, nella giusta intonazione, impone ad esso una frequenza che introduce all’esperienza vitale nel suo accadere: simile al ronzio delle api, che producono effettivamente la fioritura, il suono del Mantra investe lo spazio intracranico e risuona in tutto il corpo, così da produrre spontaneamente la condizione di trascendenza, potenza e di vitalità rinnovata che è evocata dalle parole.
Perciò, l’esperienza del mantra vedico non è una preghiera in termini dualistici, enunciata da un orante terreno in direzione un dio inaccessibile. E’ il Suono, materia originaria del cosmo, prodotto esattamente nel modo e nella forma che inducono l’esperienza del divino che si deve realizzare. Essa non riproduce la figura o l’immagine divine, che fanno da apertura alla meditazione, ma entra nella dimensione sottile, energetica e sonora dell’accadere del divino, nella sua presenza. La potenza del mantra è perciò da conoscere nella pratica e la pratica da raffinare nell’esercizio, finché il nettare, l’Amrit, l’immortalità, che è descritta nel mantra siano via via disponibili per il meditatore, per guarire, per proteggere dalle avversità, per trasportare verso la Liberazione, che per il mondo antico è esattamente questo: liberare dalla morte. Perciò il mantra si chiama Maha Mrityujaya, la grande formula di liberazione dalla morte.
Ormai un rito che si compie da alcuni anni, la recitazione meditativa serale del Maha Mrityunjaya Mantra, ha accompagnato lo scandire della stagioni e l’avvicendarsi dei tempi, nella nostra scuola, momenti di bellezza e di accettazione, quando solo portare alla presenza divina il proprio cuore diventa la possibilità che risolve, solleva, eleva e traghetta oltre il tempo, oltre il divenire. Lo abbiamo recitato di sera, preceduto da una riflessione spontanea e immediata; all’inizio eravamo solo noi pochi, i più stretti, accomunati da sentimenti condivisi, che ci raccoglievamo in meditazione, in semplicità, con la verità a fior di pelle, per lasciarla a Dio, scivolandoci dentro, senza resistenza. Poi mano a mano il cerchio si è allargato.
Riprendiamo questa pratica preziosa ogni lunedì sera alle 21, a partire dal 6 ottobre, solo su Zoom.
La partecipazione è aperta ai neofiti che desiderano avvicinarsi alla pratica induista del Mantra, purché possiedano una conoscenza base delle parole del mantra e della figura di Shiva.
La meditazione si sviluppa a partire da una breve introduzione discorsiva (satsang), che è parte della meditazione, per poi intonare 108 volte la recitazione del Mantra. Infine si chiude con una meditazione silenziosa in cui si concentra la benedizione del Mantra nel proprio cuore.
Quota di iscrizione: 50 euro per 5 incontri. Gli incontri proseguiranno senza interruzioni da Ottobre a Febbraio (Shivaratri).
Il Maha Mrityunjaya Mantra
tryambakaṃ yajāmahe
sugandhiṃ puṣṭi-vardhanam
urvārukam iva bandhanān
mṛtyor mukṣīya māmṛtāt
Il mantra è un Anusthub Chanda, cioè un ordine perfetto di 8 + 8 + 8 + 8 = 32 sillabe. Si tratta di uno dei più antichi metri, composto da quattro pada (piedi) di 8 sillabe ciascuno. Se il Gayatri Chanda è dato per realizzare l’unione con Dio e ha la forma di Dio, l’Anustubh è per adorare Dio. Anustubh significa seguire ed è il metro della devozione.
Sukracharya (il pianeta Venere in astrologia, precettore di Dei e Asura, chiamato a istruire eroi del Mahabharata e dei Purana – ndt) insegnava così il significato del Mantra: “Il primo Pada significa: noi adoriamo o cantiamo le lodi del Signore Trayambaka. ‘Tryambaka’ è il nome di Shiva come il padre dei tre mondi – bhu loka, bhuva e Svarga. Egli è il padre e signore dei tre mandala- Surya, Soma e Agni mandala. Egli è Maheswara, il signore dei tre Guna – Satva, Rajas e Tamas. Egli è il Sadashiva, il signore dei tre tatvas – tatva Atma, Vidya tatva e Shiva tatva. Egli è il padre (causa e fonte) delle tre energie (agni) – Aavahaniya, Garhapatya e Dakshinagni. Egli è il padre di tutta la creazione fisica attraverso le tre murti bhuta – Prithvi (solido), Jala (liquido) e Tejas o agni (energia). Egli è il signore di i tre cieli creato dal predominio delle tre Guna – Rajas (Brahma), Satva (Vishnu) e Tamas (Shiva). Egli è il nirakara (Informe) Sadashiva, al di sopra del piano fisico, ed è il Maheswara. Questo è il primo piede del mantra (composto da otto sillabe). ”
“Il secondo Pada del mantra”, continua Sukracharya, “è ‘Sugandhim’ si riferisce alla fragranza di fiori che si diffonde in tutte le direzioni, e in modo simile Shiva è presente in tutta la creazione, animata e inanimata. In tutti i Bhùta (modi di esistenza), nei tre Guna (Satva, Rajas e Tamas), nei dieci indria (cinque Gyana-indria o sensi e cinque karma-indria o organi di azione), in tutti i Deva ( fonti di tutta la manifestazione) e dei Gana (schiere di semidei), Shiva esiste e pervade ciascuno come Atma luminoso (anima) ed è la loro essenza.
Quindi ‘Pustivardhanam’ è così spiegato. Quello spirito che dimora all’interno (atman), lo Shiva Purusha è il vero Sostegno di Prakriti (e non viceversa). A partire dal mahatatva (lo stato primordiale di materia / energia) fino alle singole parti della creazione, tutto il sostegno degli esseri creati (sia animati che inanimati) è dato dall’incorruttibile Purusha. Tu, io, Brahma, Vishnu, i Muni, Indra e persino i Deva sono mantenuti e sostenuti (dall’Atma, che è Shiva). Dal momento che il Purusha (atma – Shiva) è il sostegno di Prakriti (corpo / natura), egli è ‘Pusti-Vardhana’”.
Dopo aver spiegato le prime due Pada del mantra, Sukracharya continua a spiegare i restanti due Pada. “I seguenti due Pada (composti da sedici sillabe) significano: Prabhu! proprio come la zucca matura è separata dalla schiavitù della pianta, allo stesso modo possiamo essere liberati dalla morte per amore della liberazione (Moksha). Rudra è Amrita (il nettare dell’immortalità). Quelli che lo adorano con un buone azioni, meditazione, contemplazione, preghiera e lode, sicuramente avranno nuova vita e vigore. La forza della verità (di questo mantra) è tale che Shiva definitivamente libererà il devoto dalla schiavitù della morte, concedendo la liberazione, Moksha.
Questo è il mantra Mritasanjivani e ha il potere di ridare la vita e di salvare dalla morte e dai più grandi mali.
