“Chandogya Upanishad. L’esperienza del Sacro come Esperienza del Sé”

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La Chandogya Upanishad apre con una affermazione enigmatica attorno alla natura del canto rituale dell’Udgita. L’udgita è il canto a voce alta, che il sacerdote intona nel momento centrale del rito sacrificale vedico. La Chandogya Upanishad, infatti, inserita come testo filosofico del Sama Veda, aggancia la meditazione alla pratica che il Sama ha stabilito. Il Sama Veda è un libro che sostanzialmente non aggiunge nulla agli inni del Rig Veda, ma formula le istruzioni per la recitazione degli inni in forma cantata. Quindi, introduce di per sé proprio il valore del “fattore umano”, dell’esperienza che dalle scritture l’iniziato deve condurre. Dirà infatti che come la terra è il Rg Veda, il Sama è il fuoco. Il canto, Sama, è l’elemento vivificante, l’esperienza diretta, il qui e ora, sempre unico e sempre frutto dell’azione e dell’esperienza, che la tradizione scritta fonda e può supportare, ma non esaurisce, non può incarnare. Occorre l’esperienza umana, la pratica, la realizzazione personale, affinché quel testo e il suo potere diventino effettivi, reali e raggiungano quel fine misterioso, che la parola può veicolare, il rito può veicolare, ma che è come il fuoco, una scintilla che si produce spontaneamente con la frizione dell’attività umana, della fatica, dell’ardore.

Questo testo è sostanzialmente il trattato dell’ardore. Tutto quello che è elaborato e meditato qui, racconta del fuoco e della potenza vivificante dell’esperienza diretta del sacro. Esperienza che dall’iniziato al Sama Veda era la pratica del canto cerimoniale. Abbiamo detto come il Canto, Sama, è l’elemento vivificante. Il canto dei mantra e degli inni è quel processo che differenzia il fuoco come fenomeno naturale, in esperienza e luogo del sacro. E’ il mantra che identifica e consacra il fuoco sacro. Il Mantra, il canto, è perciò la potenza vivificante del fuoco, non in senso fisico, non si credeva che fosse il canto ad accendere il fuoco o far sorgere il sole, ma per metonimia: suono, calore e luce, le proprietà sensibili del fuoco, erano condivise e sperimentate nell’esperienza sacrificale, l’esperienza del sacro.

Nella cerimonia sonora si scopre la psicofisiologia e la simbolica che saranno anche oggetto dello studio dello Yoga tradizionale. Il Saman, il canto, è in questa fase l’esercizio spirituale in cui il corpo e i simboli si associano pienamente, è la disciplina che permette la conoscenza suprema, la sua chiave e la pratica riconosciuta.

Le parti del canto del Saman sono associate ai soffi vitali, le facoltà sensorie, i cinque elementi, le parti del cosmo, gli Dei, le sillabe mistiche, che nell’esperienza religiosa trovano fondamento e illuminazione. Così è anche per le energie vitali che sono osservate trasparire nell’esperienza del sacro, come processo sacrificale universale. Il Prana, l’indefettibile spirito, che il cantore ha sperimentato nel canto sacro, effuso nella preghiera, grazie al suo calore, si manifesta nel fuoco, nel sole, nel verbo, nella potenza del Mantra.

Il sacrificio rituale è una cosmogonia sonora che parte dal soffio vitale dell’uomo, sostiene e benedice il mondo illuminato da se stesso, nella forma del sole, e abita il sacrificio, che è l’essenza della condizione umana, e si risolve nell’Atman che nel cuore irradia e ordina tutte le cose. La cui conoscenza è la conoscenza del Vero e la libertà da ogni sofferenza e illusione.

La sillaba Om, cantata a piena voce (Udghita) è il canto sovrano, in cui la voce, il suono interno, il Prana, il calore del fuoco e il calore del sole sono racchiusi in essenza. Il soffio vitale attraversa il canto, la parola, il fuoco e la luce del sole con il suo calore, che è manifestazione dell’energia universale che unisce tutti gli esseri, in una genealogia verticale che dal sacrificio che l’uomo compie, nel gesto religioso, illumina la sua natura profonda e giunge fino al Bramhan Supremo.

Prima che la meditazione diventasse una tecnica estremamente specialistica e avulsa dal contesto, meditazione è lo stato della coscienza che “illumina” la vita dello yogi. Dyanam è la parola usata in questo verso per intendere la meditazione: si illumini ciò che illumina. Nel nostro linguaggio potremmo chiamare questo processo “assorbimento”. L’esercizio che assorbe la coscienza nel cuore pulsante della coscienza stessa, nel suo cuore ardente, infuocato.
La meditazione sul fuoco sacro, quello rituale come quello interiore, ha come risultato la nascita del sole dell’illuminazione. Fuoco e sole sono espressioni di un unico stato fondamentale. Agni, il fuoco che ispira e trasporta la parola del poeta, il canto, apre l’occhio della visione suprema, della gnosi. Il fuoco sacre in cui gli dei sacrificano “la fede”, accende il sole in cielo. Esso è l’occhio con cui essi contemplano il mondo, che è la forma del Supremo. Surya è perciò lo strumento foggiato dagli Dei per la loro visione o onniscenza. Non è una stella, un ente, un simbolo: è lo yoga degli dei, l’ardore della loro Dyanam, della meditazione divina. E organo di percezione della divinità stessa.
Perciò, l’azione principale e attributo del sole è Ardere, e ardendo splendere per il mondo, per gli dei e gli uomini: sconfiggere le tenebre e l’oscurità; scacciare malattie e paura; segnare e insignire il ruolo sacerdotale.

[Dal Seminario di Udai Nath]

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